Dolce morte di Giacomo Leopardi

260px-Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_LeopardiDi Giacomo Leopardi (1798-1837) non occorre dire niente:  ci hanno fatto un mazzo tanto a scuola che è difficile trovare qualcuno che non sappia chi sia. E sarà per la scuola sarà per altro, anche se è stato un grande, confesso che il Giacomino nazionale a me non è che sia mai piaciuto più di tanto, lo trovavo un po’ (un po’ tanto) sfigatello, meglio il Foscolo (amici leopardiani non prendetevela, è questione di gusti).

Ora, visto che era una raccolta ambulante di malattie e che con le donne per un motivo o per l’altro non quagliava molto, tra i pochi piaceri della carne che si poteva permettere, c’era il mangiare. Ma non pensate ad abbuffate o gozzoviglie, il Giacomino mangiava sì, ma era goloso soprattutto di dolci, dolcetti, cioccolata e caffè, più vizietto da salotto che piacere della tavola.  E alla fine però questo vizietto (pare che avesse pure il diabete…) lo ammazzò al pari di un crapulone di bassa lega.

Siamo a Napoli, nel 1836 era scoppiato il colera e Don Antonio Ranieri aveva convinto Giacomino (che era suo ospite) a trasferirsi in una villa fuori Napoli. Nel febbraio dell’anno successivo però, colera o non colera, il poeta ritornò a Napoli, essenzialmente perché in crisi di astinenza dei gelati di Vito Pinto e delle sfogliate frolle che ogni mattina prendeva da Pintauro (minimo un paio alla volta).

Il 13 giugno (sant’Antonio) era l’onomastico del suo ospite e la sorella Paolina gli aveva portato dei cartocci di confetti cannellini di Sulmona. Leopardi si alza alle 10, fa colazione con biscotti e cioccolata ma poi sente l’odore dei confetti e ne assaggia uno, poi un altro, poi un altro ancora, ne fa fuori un intero cartoccio (notare: per cartoccio si intendeva una confezione da una libbra e mezzo, circa 850 grammi di confetti, mica i sacchettini da matrimonio o prima comunione…), poi fa fuori un secondo cartoccio, attacca il terzo ma ha un brutto mancamento ed è costretto -a malincuore- a fermarsi. Ne approfitta per finire Il tramonto della luna.  Quando alle 5 di pomeriggio va a tavola, minestrina calda e  poi granita di limone fredda, alé! Si sente di nuovo male e dice al suo ospite “Non mi sento tanto bene“. Stop, sipario: finisce in coma e alle 21 di sera muore. Le sue ultime parole furono per il suo ospite: “Addio, Totonno, non veggo più luce“. E un fernettino?

 

 

Per approfondire: Pietro Citati, Leopardi

 

 

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nella vita alle volte si è il gabbiano, altre volte la statua...
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