Il tesoro -e le ultime parole- della Poiana

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il crittogramma di La Buse

15 uomini sulla cassa del morto, e una bottiglia di rum…” Se c’è qualcuno che non ama le storie di pirati e di tesori nascosti alzi la mano (in questo caso anche l’uncino va bene). Però, uno si chiede, quanta verità c’è in queste storie? Beh, almeno nel caso di Olivier Levasseur qualcosa di vero c’è.

Il francese Olivier Levasseur (1688?-1730), soprannominato La Buse (la Poiana) non è famoso come Morgan, o Barbanera o altri pirati, eppure non solo fu l’autore del colpo più grosso, quello che fruttò il più grande bottino nella storia della pirateria,  fu anche uno di quelli che diede appunto il via alle storie e leggende su tesori sepolti, mappe cifrate, ecc.

L’ 8 aprile 1721 La Buse e il suo compare inglese John Taylor, arrivano con le loro navi all’isola di Réunion, nell’Oceano Indiano, dove è alla fonda il galeone Nossa Senhora do Cabo,  nave ammiraglia della marina portoghese, una nave che con i suoi  72 cannoni uno ci penserebbe due volte ad attaccare, ma stavolta la nave non fa molta paura: partita dall’India per riportare in patria il Vescovo di Goa e il Vicerè del Portogallo, ha interrotto il viaggio perché gravemente danneggiata da una tempesta durante la  quale i marinai per non far rovesciare la nave hanno anche dovuto buttare a mare i cannoni (guarda te che botta di c*** per i due pirati!).

Inoltre, a bordo erano rimasti pochi marinai, gli ufficiali e gli ospiti di rango erano scesi a terra, così la nave viene presa quasi senza colpo ferire mentre da terra non possono far altro che guardare con amarezza. E amareggiati dovevano essere soprattutto il Vescovo e il Vicerè, visto che si stavano portando a casa tutti i loro tesori: lingotti d’oro e d’argento, casse piene di ghinee, diamanti, perle, seta, oggetti preziosi e anche oggetti religiosi provenienti dalla Cattedrale di Santa Caterina (e bravo il vescovo!) tra cui la Cruz flamejante de Goa, un gingillino di oro puro intarsiato con diamanti, rubini e smeraldi, tanto pesante che ci vollero tre uomini per portarlo dalla Nossa Senhora do Cabo alla nave di Le Buse.

Quando questo bottino (secondo gli storici del valore di 5.000.000.000 euro -5 miliardi se vi perdete negli zeri) venne diviso, ogni pirata, dal mozzo in su, si prese almeno 50.000 ghinee d’oro e 42 diamanti (valore calcolabile in 2 milioni e mezzo di euro i soli diamanti!). Il resto se lo divisero La Buse e John Taylor (circa un miliardo di euro a testa, con La Buse che si tenne la Cruz flamejante) che qualche tempo dopo sciolsero la loro allegra brigata.

Che fine abbia fatto Taylor non si sa, di La Buse invece sappiamo che nascose in luogo ovviamente segreto la sua parte di bottino e che qualche anno dopo provò a concordare un’amnistia con le autorità francesi. Visto però che avrebbe dovuto riconsegnare quasi tutto, fece cippirimerlo ai francesi e riprese la vita da pirata finché venne catturato e il 7 luglio 1730 finì sulla forca proprio a Réunion.

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possibile chiave del crittogramma

Prima che gli mettessero la cravatta di corda, La Buse si strappò dal collo una collana e la tirò sulla folla dicendo: “Il mio tesoro a chi la comprende!”. Nella collana fu ritrovato un crittogramma (quello dell’immagine sopra) che avrebbe dovuto indicare il luogo in cui aveva nascosto il tesoro e che diede il via ad una ricerca che dura fino ai giorni nostri. Il fatto è che pare si sia arrivati sì a definire l’alfabeto usato ma non si è ancora capito come leggere il documento, da che punto partire, in che direzione è scritto, neanche quali lettere prendere in considerazione visto che probabilmente la direzione di lettura non è lineare ma segue un qualche schema grafico particolare. Qui una possibile chiave di lettura: se volete provare anche voi, tanto di cappello, io ho problemi anche con la Settimana Enigmistica

Immagini tratte da Wikipedia

 

 

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nella vita alle volte si è il gabbiano, altre volte la statua...
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