Venezia: la vittima della pittima

canaletto_entrance_to_the_grand_canal_veniceImmaginate che, per qualsiasi motivo, dobbiate dei soldi a qualcuno e non potete (o non volete) restituirli. Poi andate in un bar, o in un negozio, o vi fermate a chiacchierare con qualche amico e arriva qualcuno che vi dice cose del tipo: “E allora? Quando ti decidi a pagare il tuo debito a Tizio?”, “Cosa spendi a fare, pena a pagare i tuoi debiti!” e altre amenità del genere, naturalmente ad alta voce e badando di farsi ben sentire da tutti i presenti. Non sarebbe simpatico, vero?  Specialmente se siete un uomo d’affari che frequenta altri uomini d’affari… Questo è quello che succedeva a Venezia ai tempi della repubblica marinara: il creditore pagava un tizio che seguisse dovunque il debitore per ricordargli che doveva saldare il suo debito e -soprattutto- perché tutti quanti sapessero che il quidam era un insolvente. Era una forma di pressione mooooolto efficace, soprattutto in una città come Venezia dove il commercio era alla base della vita dell’intera Repubblica. Questa persona era chiamata pittima, ed era veramente l’incubo dei debitori: non mollava mai la preda, gli stava sempre dietro e  anche se stava zitto era riconoscibilissimo per il mantello rosso che portava e bastava la sua presenza a mettere in imbarazzo, far vergognare… insomma per sputtanare la sua vittima che alla fine, preso per sfinimento e per disperazione, saldava il suo debito -magari facendone un altro!- pur di togliersi dai piedi un persecutore del genere.

Non si trattava però di una iniziativa privata, a Venezia la difesa del credito era un affare di stato, le pittime erano protette dalla legge e se non erano dei pubblici ufficiali poco ci manca. Le pittime venivano scelte tra quei poveracci che godevano di una forma di assistenza sociale da parte dello stato e che erano ammessi a frequentare le mense e i dormitori pubblici. Per ricambiare questa forma di assistenza, dovevano accettare di fare la pittima quando glielo chiedevano le autorità, e si potevano anche tenere una percentuale della somma rimborsata, insomma, era un incarico istituzionale, una specie di lavoro socialmente utile e guai se al moroso saltavano i nervi, si arrabbiava e magari maltrattava la pittima, se la sarebbe dovuta vedere con gli sbirri della Serenissima prima e col tribunale poi, e né i primi né il secondo erano farina da fare ostie.

Va detto che la stessa figura, con lo stesso nome lo stesso incarico, c’era anche nella Repubblica Marinara di Genova (spesso problemi e soluzioni erano uguali in queste repubbliche in cui il commercio era la linfa, la vita stessa dello stato) e altrove, tanto che nella lingua italiana il termine pittima è passato a designare una persona che insiste a lamentarsi per nulla, un lagnoso piagnucolone. E l’etimologia è illuminante: pittima deriva dal greco ephithema, che significa impacco a scopo terapeutico, un impiastro insomma.

 

Immagine: Canaletto, Entrata del Canal Grande a Venezia, ca. 1730,  da Wikipedia Commons

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2 risposte a Venezia: la vittima della pittima

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