Contra debitores

pillory-stocksSe la pittima a Venezia era un buon sistema per far sapere a tutti che il Tal dei Tali era un debitore insolvente, non è stato certamente l’unico caso in cui ci si preoccupava di svergognare  (mmm… meglio sputtanare, tanto per parlar chiaro) questi personaggi. Il fatto è che il non pagare i debiti era considerato un delitto contro l’intera comunità, perché riduceva la fiducia nel commercio e nell’economia delle città e non solo erano previste pene decisamente pesanti, una cosa importante era che la cosa fosse resa pubblica.

Nel mondo romano, un sistema era quello di piantare un chiodo sulla porta dell’insolvente, così come nel tempio di Giove a Roma, nelle Idi di settembre, il magistrato più alto in carica piantava un chiodo per segnare il corso degli anni: come quello del magistrato, il chiodo sulla porta rappresentava una cosa duratura nel tempo, come un debito mai pagato e veniva tolto solo quando il debito era stato saldato (e più il chiodo rimaneva attaccato, più la persona veniva individuata come inaffidabile). E se poi il debitore non riusciva a pagare il debito, nessun problema: il debitore veniva squartato oppure lui e la sua famiglia diventavano schiavi del creditore, perché il concetto di base era che sia il corpo fisico che la famiglia facevano parte delle proprietà di un individuo, con tutto quel che ne consegue.

Nel medioevo per i commercianti o artigiani che avevano contratto debiti senza poi rifonderli c’era la pratica della bancarotta: si rompeva la tavola della bottega (in Francia spesso veniva rotta direttamente sulla sua testa…) e si buttavano i pezzi nella strada, così che tutti sapessero della cosa.  Per gli altri cittadini, era molto diffusa la pratica di mettere i debitori insolventi in mutande o con addosso solo la camicia ed esporli al pubblico ludibrio nella piazza del mercato, magari sotto una gogna o sopra lastre di pietra, lo scopo era sempre quello di farli conoscere e indicare a dito da tutti. A proposito di gogna: talvolta si pagava -poco- per poter avere il privilegio di tirare al malcapitato uova marce, verdura andata a male e altre schifezze del genere, e i soldi raccolti andavano al creditore.

Ovviamente, lo sputtanamento non evitava altre procedure come sequestro dei beni, galera, pene corporali di vario genere, morte compresa: a Milano le leggi del 1541 prevedevano la pena di morte o la galera a vita per chi non avesse stipulato un accordo di rimborso con i creditori; pena di morte prevista anche nel Regno di a Napoli e a Roma dove, per editto papale nel 1570, gli insolventi vennero equiparati ai ladri e come tali rischiavano anche il taglio della zucca.

In queste pene però c’erano dei rischi, soprattutto per il creditore: finché il debitore restava in prigione, a meno che non avesse parenti o amici ricchi e ben disposti nei suoi confronti, non poteva certamente pagare il debito. Idem se gli si tagliava la zucca o lo si accorciava. Un’alternativa frequente poteva allora essere che l’insolvente lavorasse per un certo periodo, in genere fino al rimborso totale del debito, per il creditore, in uno stato di semi-schiavitù -e in questi casi il debito continuava a crescere, se non altro perché anche se lavorava gratis il quidam qualcosa doveva mangiare.

Quest’ultima soluzione la maggior parte delle volte risultava da un accordo tra i due ma poteva anche capitare che un creditore, per motivi suoi, rifiutasse accordi del genere preferendo che il debitore rimanesse in carcere a marcire, e questo risultava in una spesa per lo stato che vabbe’ punire, vabbe’ dare un esempio, ma anche un galeotto costa… L’accordo quindi poteva essere imposto dall’autorità e addirittura a Padova nel medioevo venne stabilito che quando un debitore finiva in carcere spettava al creditore fornirgli il vitto, indicando anche la quantità di cibo (e di vino!) che gli spettava.

Insomma, come diceva Molière, “… i debiti sono come i bambini, che si concepiscono in allegria e poi si partoriscono con dolore...”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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nella vita alle volte si è il gabbiano, altre volte la statua...
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