Morte dal basso per Goffredo il Gobbo

Tante volte fuori dei castelli o dei palazzi vediamo sporgere delle specie di torrette pensili come quella nella foto. Si tratta di latrine: ci si sedeva, si faceva ciò che si doveva fare, le deiezioni varie finivano nel fossato e chi s’è visto s’è visto.

Fu in una di queste elitarie ritirate che nel  1076, a Vlaardingen, in Olanda, trovò fine ingloriosa Goffredo IV di Lotaringia, detto il Gobbo (1040-1076), duca della bassa Lorena, conte di Verdun e Margravio reggente di Toscana (questo perché era il marito della ben più nota Matilde di Canossa): un sicario al soldo di Roberto I di Fiandra, si mise in attesa e quando il duca si accomodò alla bisogna… op! lo infilzò dal basso con una lancia causandogli una ferita che in pochi giorni lo portò alla morte.

Questo fu possibile solo perché questo tipo di gabinetti spesso (come in questo caso) erano un lusso per pochi: di solito erano interni o adiacenti alle stanze dei signori e a loro riservati, mentre gli altri la facevano in contenitori vari (buttando poi il tutto dalle finestre) oppure utilizzavano fosse comuni. Ecco perché il sicario ebbe gioco facile: sapeva che lì ci sarebbe andato solo il duca, se fosse stato utilizzato anche da altre persone… beh, allora non credo sarebbe stato facile distinguere un culo ducale da un culo qualsiasi.

 

 

 

 

 

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La morte di Muro-di-Pietra Jackson

Thomas Jonathan Perez Jackson (1824-1863) fu uno dei comandanti più capaci e valorosi della guerra di secessione americana, e negli stati del Sud tutti lo conoscevano e la sua fama era  pari a quella di Robert E. Lee. Fu proprio sul campo di battaglia che si guadagnò sia la gloria  che il soprannome di “Stonewall”(Muro di Pietra) per la sua tenacia e capacità di resistenza. Sul campo di battaglia ci guadagnò pure la morte, ed è vero che questo agli eroi capita spesso, ma Jackson ci mise anche del suo…

Il 30 aprile 1863 le forze unioniste scatenarono un potente attacco a Fredericksburg, Virginia, per arrivare a circondare l’esercito di Lee, contando sul fatto che le loro truppe erano più numerose (più del doppio delle truppe confederate, circa 130.000 contro 60.000) e formate in gran parte da guarnigioni  più fresche e riposate. Il 3 maggio, nella battaglia di Chancellorsville, le forze di Stonewall Jackson affrontarono l’esercito dell’Unione in una fuoriosa battaglia all’interno di una foresta  sul finire del giorno i nordisti dovettero battare in ritirata. Fu  in questo momento, nella scarsa luce del tramonto, che Jackson e i suoi vennero scambiati per  forze di cavalleria dell’Unione e vennero presi a fucilate da altre truppe confederate.

Vabbè, morire di fuoco amico capita, niente di che, solo che Stonewall teneva bene in alto il suo braccio sinistro ed in tal modo era un bersaglio piuttosto evidente: colpito da tre proiettili, i medici dovettero amputargli il braccio, ma morì ugualmente per complicazioni appena una settimana dopo. Ci si può domandare il perché di quel braccio alzato, e la risposta ci conferma che anche gli eroi possono avere qualche lato un po’… beh, un lato un po’ sciocco, diciamo così. Il fatto era che Stonewall Jackson era convinto che il suo braccio sinistro fosse molto più forte dell’altro, e quando poteva lo teneva sempre in alto per “bilanciare la circolazione”.

Comunque sia, mentre il corpo di Stonewall Jackson dopo la morte venne mandato nella sua città, Lexington, il suo braccio ebbe una propria sepoltura a Ellwood Manor, non distante dal luogo dell’amputazione, con tanto di lapide commemorativa.

E anche le ultime parole di Stonewall “Lasciateci attraversare il fiume e riposare all’ombra degli alberi” sono famose, se non altro perché sono da queste che Hemingway diede il titolo al suo libro “Di là dal fiume e tra gli alberi”…

 

 

 

 

 

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Anche i boia piangono

esecuzione di Luigi XVI

Charles-Henri Sanson, titolo completo Chevalier Charles-Henri Sanson de Longval (1739-1806), boia figlio di boia, nipote di boia, pronipote di boia, e padre di boia, è probabilmente il boia più noto della storia. In una carriera di oltre 40 anni, prima come Boia della Corona, poi come Alto Boia della Repubblica francese, giustiziò 2918 persone -compreso il suo precedente datore di lavoro Luigi XVI (ma anche Danton, Robespierre, Sant-Just e compagnia briscola: furono molti i VIP dell’epoca che ebbero a che fare con Sanson).

Alla faccia di quelli che dipingono i boia come sadici psicopatici, Sanson era un brav’uomo, il suo era un lavoro ereditato, non gli piaceva per niente e faceva di tutto per accelerare la faccenda e non far soffrire inutilmente i suoi clienti. La sua deontologia professionale comunque non gli impediva di essere attento, preciso e  soprattutto, di praticare il suo mestiere nel più completo distacco personale.

Eppure anche lui, una volta, venne coinvolto emotivamente nel suo lavoro. Accadde nel 1790 quando il figlio maggiore Gabriel, che gli faceva da assistente ed era destinato a succedergli, mostrando alla folla una testa appena tagliata scivolò dall’impalcatura della ghigliottina e si ruppe la testa. Chissà se Sanson padre pianse veramente, magari anche no, e comunque l’altro suo figlio, Henri, in seguito a quest’incidente lasciò la sua carriera nell’esercito e divenne lui il sesto (e ultimo) boia della dinastia Sanson dopo il ritiro di suo padre nel 1795.

En passant, vorrei ricordare che quando, anni dopo, Napoleone chiese a Charles Sanson se con tutti quei morti sulla coscienza riusciva a dormire tranquillo, lui rispose. “Se dormono tranquilli imperatori, re e dittatori, perché non dovrebbe dormire tranquillo un boia?

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Rospi dalle Hawaii

Siamo in Australia, nel 1935: le piantagioni di canna da zucchero del Queensland sono invase da orde di scarafaggi e il raccolto viene decimato dato che gli insetti non sono solo tanti ma sono anche molto molto moooolto affamati.

I coltivatori pensano ad una soluzione e alla fine qualche genio propone di servirsi di una razza di rospi delle Hawaii (Rhinella marina) per liberarsi dei neri animaletti. 102 rospi vennero importati e lasciati liberi nell’area delle coltivazioni di canna da zucchero. Ma c’erano un paio di cosette di cui il genio e chi ne approvò l’idea non avevano tenuto conto: 1) gli scarafaggi si possono arrampicare su per le canne da zucchero mettendosi al sicuro e 2) i rospi erano rospi giganti, bestioni che possono arrivare fino a 24 cm. di lunghezza e a un peso di 1 kg e 3 etti e che non ce le fanno proprio a salire su per le canne. Gli scarafaggi quindi poterono continuare a mangiarsi tranquillamente il raccolto e se arrivava il rospo, op! su per la canna e cippirimerlo.

E non finisce qui, perché questo genere di rospi erano anch’essi molto molto moooolto affamati e presero a mangiare tutto quello che trovavano, anche delle altre piantagioni. Famelici e anche prolifici: le femmine producono più di 30.000 uova all’anno. La loro durata di vita è di 15 anni e non hanno molti nemici naturali: sono pure velenosi e quegli uccelli, dingo e coccodrilli che se li pappano poi ci lasciano le penne. Così, dai 102 esemplari di partenza si è arrivati a qualcosa come 200 milioni di rospi (calcolo del 2014) che un po’ alla volta si sono spostati dai campi nelle città vanno in cerca di cibo nei bidoni della spazzatura, nelle dispense dei ristoranti, dentro le case, ecc. ecc.

Soluzioni al problema al momento non se ne vedono, anche se  pare uno dei ricconi del paese intende offrire una birra per ogni sacchetto di rospi morti consegnato e le autorità stanno pensando ad una taglia sul singolo rospo ammazzato. Ma questa è una storia che abbiamo già sentito, e sappiamo come è andata a finire in Vietnam e in India….

 

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Mary l’assassina sul patibolo

l’ *esecuzione* di Mary

Mary l’Assassina, Murderous Mary,  ammazzò un uomo e per questo venne poi “giustiziata”. Niente di particolare, se non fosse che questa Mary era una elefantessa asiatica di 5 tonnellate dello Sparks World Famous Shows Circus. Questo circo l’11  settembre del 1916 si trovava a Kingsport, nel Tennessee, e aveva assunto come ammaestratore di elefanti un tizio del posto di nome Red Eldrige -un fessacchiotto che non aveva nessuna esperienza in merito e che probabilmente non aveva mai visto prima un elefante in vita sua. Continua a leggere

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Morte barbosa del Capitano Steininger

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statua di Hans Steininger davanti al Municipio di Braunau

Se passate per Brunau am Inn, in Austria, potete vedere diverse rappresentazioni (statue ed altro) del suo personaggio più celebre, Hans Steininger (?-1567) Capitano della Città passato alla storia unicamente per la sua lunga barba (183 cm.!) che fu anche la causa della sua morte, durante  l’incendio del 15 settembre 1597. Probabilmente vi immaginate la barba che prende fuoco, ma non andò così.

Una barba del genere è un ingombro anche solo per camminare, e Steininger abitualmente se la arrotolava e la sistemava in una saccoccia di cuoio appesa all’abito. Però, quando scoppia un incendio non c’è tempo di star là ad arrotolare barbe, si parte di gambe e via! Che poi è quello che fece il nostro, solo che scendendo di corsa le scale ci inciampò sopra e cadde rompendosi l’osso del collo. La famiglia tagliò la barba e la conservò come una reliquia e in seguito venne donata alla città: è tuttora conservata nel Herzogsburg Bezirksmuseum, e dopo 450 anni la sua bella figura la fa ancora.

 

 

Immagine da Wikipedia Commons

 

 

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Il kimono maledetto

furisode fire

l’incendio del furisode clicca per ingrandire)

Qual’è stata la maledizione più fetente della storia? Tutankhamon? Pfui. Il  diamante Hope? Bah. Pinzillacchere, robetta,  in confronto alla Maledizione del kimono di Edo.

È il 2 marzo del 1657, in un tempio di Edo (come si chiamava allora Tokio) un prete si trova a dover praticare un rito di purificazione su un kimono considerato maledetto che era stato posseduto da tre ragazze, una dopo l’altra, tutte e tre  morte prima di indossarlo. Niente di particolare come rito: si dà fuoco al kimono, si recita qualche formula e oplà, lo spirito malvagio che infesta il kimono se ne va.

Però: o il prete non se la cavava tanto bene con gli esorcismi oppure il demone era uno di quelli tosti, fatto sta che quando il prete dà fuoco al kimono,  si alza d’improvviso un forte colpo di vento che fa volar via il kimono in fiamme che va ad appiccare il fuoco al tempio (che ovviamente è in legno e carta -come quasi tutti gli edifici della città). Mentre il tempio brucia, arriva da nordovest un uragano che porta subito l’incendio al resto della città: passato alla storia come Incendio di Meireki (dal nome della dinastia regnante) o Incendio del Furisode (1) durò tre giorni distruggendo il 60/70 % della capitale e causando la morte di circa 100.000 persone. Fuun.

(1) il termine kimono all’epoca stava ad indicare un qualsiasi tipo di abito; il furisode era/è un tipo di kimono formale, da usare in occasioni particolari, fatto di seta pregiata e a disegni con colori vivaci; lo portavano le donne in età da marito e si caratterizzava per le larghe maniche lunghe più di un metro (letteralmente furisode significa maniche svolazzanti)

immagine da Wikipedia Commons

 

 

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Morte stupida della regina Sunanda

queen_sunandha_of_siamQuando si parla di morti stupide, non si parla solo di quei fessi che ci lasciano le penne a causa della propria stupidità, si parla anche di morti causate da leggi stupide, dogmi stupidi, usanze e consuetudini stupide. In questa seconda casistica rientra la storia di Sunanda Kumariratana (1860-1880), sposa di Chulalongkorn (Rama V), re del Siam (attuale Thailandia).

La regina era a bordo di un battello diretto al Palazzo d’Estate quando il natante si rovesciò, e Sunanda finì in acqua. C’erano molte altre persone in altre barche e sulla sponda che avrebbe potuto intervenire e trarre in salvo lei e la figlia che aveva con sé invece nessuno si mosse: nel Siam del 19. secolo ai comuni mortali era assolutamente vietato toccare la regina, e la pena per i trasgressori era la morte, applicata in modo rigoroso senza sconti di nessun genere, nemmeno se l’azione fosse stata compiuta per salvarle la vita. Così la regina Sunanda, che non aveva ancora 20 anni, finì annegata assieme alla figlia.

Il regale consorte fece poi erigere un monumento in memoria della sposa nel Palazzo d’Estate, ma non cambiò la legge. Chissà se almeno rese obbligatori i salvagente per i membri della famiglia reale…

 

Immagine da Wikipedia Commons

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Le fesserie dell’Ultimo Faraone

L’Ultimo Faraone era il soprannome attribuito a Saparmurat Atayevich Niyazov (1940-2006), dittatore del Turkmenistan dal 1992 fino alla morte, anche se lui si era autoproclamato Turkmenbashi (Padre e Guida di tutti i turkmeni).  Le  stramberie di questo tipetto sono tali che, nonostante sia stato uno tra i despoti più autoritari e repressivi dei nostri giorni, confermano che spesso -mooolto spesso- dittatori e idiozia vanno a braccetto.

Nel 1992 venne eletto presidente del Turkmenistan (bella forza: il suo partito era l’unico riconosciuto dalla legge e lui era l’unico candidato) e subito diede il via ad un culto della personalità tra i più inquietanti -e ridicoli- di tutti i tempi.  Continua a leggere

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Quattro funerali e un matrimonio (e non è un film)

amadeo_of_savoy_with_his_first_wifeIl matrimonio tra il figlio cadetto di Vittorio Emanuele II, Amedeo di Savoia (1845-1890) e la nobildonna Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna (1846-1876) fu uno di quei matrimoni che è difficile dimenticare.

Giovedì 30 maggio 1867: mentre nel palazzo di famiglia la sposa si sta preparando all’evento nella sua camera, in una delle stanze accanto una delle damigelle, profondamente commossa, si mette una corda al collo e si impicca a un lampadario. Bel casino. E ora che si fa? Non si può rimandare il matrimonio:  avvertiti dell’inevitabile ritardo il principe futuro sposo e il re futuro suocero,  in casa Pozzo Della Cisterna i preparativi nuziali riprendono, magari con un po’ di entusiasmo in meno, ma riprendono. Continua a leggere

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